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| Metti una sera a cena da Paolino, Elio Altare |
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| Martedì 04 Maggio 2010 19:50 | |||
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Metti una sera a cena da Paolino, Elio Altare di Gabriella Molli Una cena del vignaiolo con due protagonisti del vino. E’ l’evento eccezionale che il patron Antonio D’Andrea ha offerto venerdì 30 aprile presso il ristorante Paolino di Lerici, in una serata dedicata ai vini delle Cinque Terre. Accanto a Samuele Bonanini, che concludeva il suo ciclo di un mese all’interno della manifestazione, un nome di langarolo eccellente: Elio Altare. Eccellente perchè uomo rigorosamente di barolo da quarant’anni, oggi è anche produttore delle Cinque Terre perchè contitolare dell’azienda Campogrande con Antonio Bonanni (creatura riomaggiorese tornata al vino di casa sua, dopo una vita molto libera condotta all’estero). Impossibile resistere alla tentazione di sapere perchè dalle nebbie langarole è venuta voglia a Elio Altare di calarsi in una Liguria di Levante aspra e scabra, dove la viticoltura diventa attività eroica. Asciutto come è da sempre, il produttore di barolo racconta di aver pensato a Riomaggiore per aiutare dieci anni fa un ragazzo-stagista a trovare una sua strada. “Ho pensato – ha raccontato -di allontanarlo dal Piemonte per creargli una situazione nuova, piena di emozioni, in un territorio che va conquistato pietra su pietra, ma che è tutto cielo e mare”. Così acquistò il terreno di Campogrande (il toponimo la dice lunga su questo “campo” abbastanza esteso tutto da “vignare” con i tre vitigni che alle Cinque Terre strappano mineralità al salmastro e alle rocce dando un prodotto unico). Così, quando il suo giovane protetto decise di abbandonare (aveva resistito tre anni) si trovò ad affrontare il percorso nuovo pensato per lui. E iniziò l’avventura che ora condivide con Antonio Bonanni. Elio Altare è un caparbio, che si definisce autarchico ed eccolo alle prese con una razionalità da piemontese in un terreno ligure. Una sfida? Una grazia ricevuta? Si legge nel suo racconto di vita una intelligenza enoica che è la base delle sue avventure in vigna e in cantina. “Perchè non si fa pagare trenta euro una bottiglia di bianco delle Cinque Terre?”. Guarda diretto negli occhi tutti i commensali e spiega cosa accade a un vignaiolo che vive solo di vino (precisa due-tre volte SOLO DI VINO, perchè io vivo “solo di vino, ripete puntiglioso”). Ma il suo non è un intercalare, è una filosofia di vita. La vita di chi nelle Cinque Terre ogni dieci anni si perde due vendemmie per il maltempo, di chi deve piegarsi a terra per raccogliere l’uva, o di chi non dorme la notte per paura della grandine. Una bottiglia di vino delle Cinque Terre è sangue, sudore e tensione emotiva. Per questo, spiega, chi compra dovrebbe valutare il costo umano di quel qualcosa di irripetibile che sta nella bottiglia.
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